di Carmelo Picciotto, Avvocato
Nelle prime ore di giovedì 3 aprile , il mare Egeo ha inghiottito ancora una volta le speranze e le vite di decine di persone in fuga da guerre, persecuzioni e povertà. Due imbarcazioni cariche di migranti sono affondate nel breve ma insidioso tratto di mare che separa la Turchia dall’isola greca di Lesbo, lasciando dietro di sé un bilancio drammatico: almeno 16 morti, un disperso e più di 40 sopravvissuti. Tra le vittime, il dato più straziante: almeno tre bambini che non vedranno mai la terra promessa dell’Europa.
Questa ennesima tragedia nel Mediterraneo non è un incidente isolato né un evento imprevedibile. È il risultato diretto e prevedibile di politiche migratorie europee che continuano a militarizzare le frontiere invece di creare percorsi sicuri e legali per chi cerca protezione. È la conseguenza inevitabile di un’Europa che ha scelto di trasformare il Mediterraneo in un cimitero liquido, preferendo investire in muri, recinzioni e pattugliamenti piuttosto che in salvataggio e accoglienza.
I due naufragi, avvenuti a poche ore di distanza l’uno dall’altro, rivelano un altro aspetto inquietante della gestione delle frontiere europee: le autorità greche e turche non erano nemmeno a conoscenza degli sforzi di soccorso reciproci. Questa mancanza di coordinamento tra paesi confinanti, in un’area nota per essere una delle rotte migratorie più pericolose al mondo, è emblematica dell’approccio frammentario e inefficace dell’Unione Europea alla crisi migratoria.
Mentre i politici europei si congratulano per la diminuzione degli arrivi, celebrando il “successo” di politiche di deterrenza sempre più aggressive, il mare continua a restituire corpi. Nel 2024, secondo i dati della Fondazione ISMU, almeno 1.452 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo, con una proiezione di circa 2.000 vittime entro la fine dell’anno. Nel decennio 2014-2023, si stima che almeno 29.000 persone siano morte tentando di raggiungere l’Europa attraverso il mare. E questi sono solo i numeri ufficiali, quelli che conosciamo. Quante altre vite sono state inghiottite dal mare senza testimoni, senza che nessuno ne denunciasse la scomparsa?
La tragedia di Lesbo si inserisce in questo contesto di morte sistematica e normalizzata. Non è un’anomalia, ma la regola. Non è un fallimento del sistema, ma il sistema stesso che funziona esattamente come progettato: tenere lontani i migranti a qualsiasi costo, anche quello delle loro vite. Mentre l’Europa si barrica dietro la retorica della “invasione” e della “sicurezza delle frontiere”, uomini, donne e bambini continuano a morire alle sue porte, vittime non solo del mare, ma di una precisa volontà politica che ha scelto di sacrificare vite umane sull’altare della “fortezza Europa”.
## I fatti del naufragio
Nelle prime ore di giovedì, il Mar Egeo è diventato teatro di una doppia tragedia che ha coinvolto migranti in viaggio dalla Turchia verso l’Europa. Due imbarcazioni sono affondate nel breve ma pericoloso tratto di mare che separa la costa turca dall’isola greca di Lesbo, in due incidenti separati avvenuti a poche ore di distanza l’uno dall’altro.
Sul versante greco, una motovedetta della guardia costiera ha individuato un piccolo gommone di circa cinque metri che stava imbarcando acqua. La situazione era già critica: molti passeggeri erano caduti in mare e lottavano contro le onde. I soccorritori sono riusciti a trarre in salvo 23 persone – 11 minori, 8 uomini e 4 donne – ma i sopravvissuti hanno riferito che originariamente sul gommone viaggiavano 31 persone. Questo ha immediatamente fatto scattare un’operazione di ricerca e soccorso su vasta scala, che ha coinvolto elicotteri, navi della guardia costiera e dell’agenzia europea FRONTEX, oltre a veicoli e sommozzatori.
Le ricerche hanno portato al recupero dei corpi di sette persone: tre donne, due ragazzi, una ragazza e un uomo. Una bambina risulta ancora dispersa, e le operazioni di ricerca sono proseguite fino a sera inoltrata. In un dettaglio che rivela la crudeltà del sistema di traffico di esseri umani, uno dei sopravvissuti, un giovane di 20 anni, è stato arrestato con l’accusa di essere un trafficante di migranti dopo essere stato identificato dagli altri passeggeri come il pilota del gommone.
Parallelamente, sul versante turco, si consumava un’altra tragedia. La guardia costiera turca ha ricevuto una chiamata di emergenza nelle prime ore di giovedì e ha immediatamente dispiegato tre imbarcazioni e un elicottero. In questo secondo naufragio, sono stati recuperati nove corpi, mentre 25 persone sono state tratte in salvo e trasportate in un ospedale in Turchia. Una persona risulta ancora dispersa.
Ciò che colpisce in questa doppia tragedia è la mancanza di coordinamento tra le autorità greche e turche. Nonostante i due incidenti siano avvenuti nella stessa area e nello stesso arco temporale, le autorità di ciascun paese non erano a conoscenza degli sforzi di soccorso dell’altro. Questa assenza di comunicazione e cooperazione tra paesi confinanti, in un’area nota per essere una delle rotte migratorie più pericolose, è sintomatica delle tensioni geopolitiche che caratterizzano la regione e che si ripercuotono drammaticamente sulla vita dei migranti.
Il naufragio è avvenuto vicino a Capo Korakas, nel nord-est di Lesbo. Le condizioni meteorologiche nella zona erano buone, e questo solleva interrogativi su cosa possa aver causato il rovesciamento delle imbarcazioni. Non sono state fornite informazioni sul tipo di imbarcazione coinvolta nel naufragio sul versante turco, né sulle nazionalità delle persone a bordo di entrambe le imbarcazioni. Questo anonimato delle vittime è un’altra forma di violenza che si aggiunge alla tragedia: persone ridotte a numeri, senza nome, senza storia, senza identità.
Lesbo, insieme ad altre isole greche dell’Egeo orientale, è da anni uno dei principali punti di ingresso in Europa per i migranti provenienti dal Medio Oriente, dall’Africa e dall’Asia. La sua vicinanza alla costa turca – in alcuni punti la distanza è di appena 10 chilometri – la rende una destinazione privilegiata per chi tenta la traversata. Ma questa vicinanza geografica è ingannevole: le correnti marine, le condizioni meteorologiche imprevedibili e l’utilizzo di imbarcazioni inadeguate trasformano spesso questo breve tragitto in un viaggio mortale.
## Il contesto delle migrazioni nel Mediterraneo
La tragedia di Lesbo non è un evento isolato, ma si inserisce in un contesto più ampio di morti sistematiche nel Mediterraneo. Secondo i dati dell’UNHCR, nel solo mese di marzo 2025 sono state registrate almeno 6 morti e circa 43 dispersi in tre diversi incidenti nel Mediterraneo centrale. Nello stesso periodo, gli arrivi via mare sulle coste italiane sono stati 2.407, con un calo del 28% rispetto al mese precedente e del 19% rispetto allo stesso periodo del 2024.
Questi numeri potrebbero suggerire un miglioramento della situazione, ma la realtà è ben diversa. La diminuzione degli arrivi non corrisponde necessariamente a una diminuzione delle partenze o dei tentativi di attraversamento. Piuttosto, riflette l’efficacia delle politiche di respingimento e deterrenza messe in atto dall’Unione Europea e dai suoi stati membri. Politiche che non fermano i flussi migratori, ma li rendono solo più pericolosi, costringendo le persone a intraprendere rotte sempre più rischiose o a affidarsi a trafficanti senza scrupoli.
La Fondazione ISMU riporta che nel 2024 sono stati registrati almeno 1.452 morti e dispersi nel Mediterraneo, con una proiezione a fine anno di poco inferiore a 2.000 vittime. Nel decennio 2014-2023, si stima che abbiano perso la vita almeno 29.000 persone. Gli anni più tragici sono stati il 2014 (oltre 3.000 vittime), il 2015 (oltre 4.000) e il 2016 (oltre 5.000). Dopo un periodo di relativa diminuzione, il 2023 ha visto un nuovo picco con 3.155 morti, il quarto valore più alto mai registrato.
L’incidente più tragico in assoluto è avvenuto il 18 aprile 2015, a un centinaio di chilometri a nord della Libia, con almeno 1.022 morti o dispersi e solo 28 sopravvissuti. Il 14 giugno 2024, al largo di Pylos, nel Peloponneso, un altro terribile naufragio ha causato almeno 646 vittime. Il più tragico incidente del 2024 è avvenuto il 17 giugno nelle acque italiane del Mar Ionio, vicino alla Calabria, con 66 tra morti e dispersi, tra cui ben 27 minorenni.
Particolarmente allarmante è la situazione dei minori. Si stima che dal 2014 ad oggi almeno 6.732 bambini siano morti o dispersi nel Mediterraneo, rappresentando il 22% del totale delle vittime. Anche le donne pagano un prezzo altissimo: si stima che l’incidenza femminile tra le vittime sia complessivamente del 29%, con un tasso di mortalità più alto rispetto a quello maschile.
Aprile è storicamente il mese con più vittime nel Mediterraneo, con 3.758 morti complessive nel decennio 2014-2023. Questo dato è particolarmente significativo perché contraddice l’idea comune che i mesi estivi, quando si registra il maggior numero di partenze, siano i più pericolosi. In realtà, le condizioni meteorologiche imprevedibili della primavera, combinate con l’aumento delle partenze dopo i mesi invernali, creano un mix letale.
La rotta migratoria tra Turchia e Grecia, dove è avvenuto il naufragio di Lesbo, è stata per anni una delle più battute, soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Siria. Nel 2015, al culmine della cosiddetta “crisi dei rifugiati”, più di un milione di persone ha attraversato il Mar Egeo dalla Turchia alla Grecia. La maggior parte di loro erano siriani in fuga dalla guerra, ma c’erano anche afghani, iracheni e persone provenienti da altri paesi del Medio Oriente e dell’Africa.
Dopo l’accordo UE-Turchia del marzo 2016, che prevedeva il rimpatrio in Turchia dei migranti arrivati irregolarmente in Grecia in cambio di aiuti finanziari e altre concessioni, gli arrivi su questa rotta sono drasticamente diminuiti. Tuttavia, come dimostra il recente naufragio, la rotta non si è mai completamente chiusa. Le persone continuano a tentare la traversata, spinte dalla disperazione e dalla mancanza di alternative legali e sicure.
## Analisi critica delle politiche migratorie
Il naufragio di Lesbo è il risultato diretto delle politiche migratorie restrittive adottate dall’Unione Europea e dai suoi stati membri. Dopo l’accordo UE-Turchia del 2016, la Grecia ha intensificato i pattugliamenti in mare, con il supporto dell’agenzia europea FRONTEX. Questa militarizzazione delle frontiere marittime ha portato a un aumento dei respingimenti illegali, le cosiddette “pushback operations”, in cui le imbarcazioni dei migranti vengono intercettate e rimandate in acque turche, spesso con metodi violenti e in violazione del diritto internazionale.
Numerose organizzazioni per i diritti umani hanno documentato casi di migranti abbandonati in mare su zattere di salvataggio senza motore, o addirittura gettati in acqua dopo essere stati intercettati dalle autorità greche. Queste pratiche, negate ufficialmente ma ampiamente documentate, aumentano esponenzialmente il rischio di naufragi e morti in mare.
L’accordo UE-Turchia, celebrato dai leader europei come un successo per aver ridotto gli arrivi, ha in realtà solo esternalizzato il problema, delegando alla Turchia il controllo delle frontiere europee in cambio di sei miliardi di euro. Questo accordo ha trasformato la Turchia in un gigantesco campo profughi a cielo aperto, dove milioni di rifugiati vivono in condizioni precarie, senza prospettive di integrazione o reinsediamento.
La situazione è ulteriormente complicata dal ruolo ambiguo di FRONTEX, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere. Nata con il mandato di coordinare la cooperazione tra gli stati membri nella gestione delle frontiere esterne, FRONTEX è stata ripetutamente accusata di complicità nei respingimenti illegali e di chiudere un occhio sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità nazionali.
Parallelamente, si è assistito a una crescente criminalizzazione delle ONG che operano nel Mediterraneo per salvare vite umane. Organizzazioni come Sea-Watch, Open Arms e Medici Senza Frontiere sono state oggetto di campagne diffamatorie, ostacoli burocratici e persino procedimenti giudiziari, con l’accusa di favorire l’immigrazione clandestina. Questa criminalizzazione della solidarietà ha ridotto drasticamente la capacità di soccorso in mare, contribuendo all’aumento delle morti.
Le politiche di accoglienza, nel frattempo, si sono rivelate del tutto inadeguate. I campi profughi sulle isole greche, come quello di Moria a Lesbo (distrutto da un incendio nel 2020 e sostituito dal campo di Kara Tepe), sono stati descritti come “inferni sulla terra” per le condizioni disumane in cui vivono i migranti: sovraffollamento, mancanza di servizi igienici, assistenza sanitaria insufficiente, violenze e abusi.
Il sistema di asilo europeo, basato sul Regolamento di Dublino, che impone ai migranti di richiedere asilo nel primo paese di arrivo, ha creato un carico sproporzionato sui paesi di frontiera come Grecia e Italia, senza un’equa distribuzione delle responsabilità tra tutti gli stati membri. I tentativi di riforma di questo sistema sono stati ripetutamente bloccati dall’opposizione dei paesi dell’Europa centrale e orientale, contrari a qualsiasi forma di ricollocamento obbligatorio dei richiedenti asilo.
In questo contesto, il naufragio di Lesbo non è un’anomalia, ma la conseguenza prevedibile di un sistema migratorio europeo fondato sulla deterrenza, sull’esternalizzazione e sulla militarizzazione delle frontiere, piuttosto che sul rispetto dei diritti umani e sulla solidarietà
## Fonti
– AP News: “More than a dozen migrants die as boats sink off Greece and Turkey”, 4 aprile 2025
– Euronews: “Migranti: naufragio a largo dell’isola di Lesbo, almeno 7 morti”, 3 aprile 2025
– UNHCR: “Mediterraneo centrale, UNHCR: a marzo -28% di arrivi via mare, -19% rispetto al 2024”, 3 aprile 2025
– Fondazione ISMU: “Dal 2014 sono oltre 30mila i migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo”, 1 ottobre 2024