Censura scolastica e controllo culturale: il caso Zanichelli e oltre

Il caso Zanichelli: censura ministeriale sui libri di testo

Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 in Italia è esploso il “caso Zanichelli”, diventato emblematico delle nuove forme di censura sui libri scolastici da parte del governo. Al centro vi è un manuale di inglese Steps into Social Studies (edito da Clitt/Zanichelli) adottato in un liceo di Carpi (Modena). In un paragrafo, il libro citava le critiche delle Nazioni Unite ai Decreti Sicurezza voluti dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, definendoli come “alcune delle peggiori politiche imposte” e lodando la loro successiva revoca decisa dal Parlamento nel 2020 (governo Conte II M5S-PD). Questa semplice contestualizzazione storico-politica – peraltro aderente ai fatti – è stata interpretata dalla Lega come un attacco politico.

Altre misure censorie del governo Meloni in scuola, cultura e media

Il governo di Giorgia Meloni (in carica dall’ottobre 2022) ha intrapreso numerose azioni che secondo osservatori e opposizioni mirano a rafforzare il controllo politico-ideologico su scuola, cultura e media. L’episodio Zanichelli non è isolato, ma si inserisce in una tendenza più ampia che solleva paragoni con pratiche illiberali.

Scuola e università

Oltre a questi casi eclatanti, il governo Meloni ha lanciato segnali di indirizzo ideologico nell’istruzione. Lo stesso ministro Valditara ha più volte insistito sul concetto di “neutralità” e “merito” nella scuola, stigmatizzando ciò che a suo dire sarebbe un eccesso di “politicizzazione” di docenti e presidi. All’indomani del caso Zanichelli, il Ministero ha fatto sapere di voler vigilare affinché i libri di testo non contengano più giudizi ritenuti faziosi. In pratica, ciò equivale a instillare un auto-controllo negli editori scolastici, intimoriti dal rischio di scontentare il Ministero. Anche nel settore universitario e della ricerca, si segnala un clima teso: ad esempio, sono state tagliate alcune risorse a progetti di ricerca considerati non in linea con le priorità dell’esecutivo (come studi di genere o programmi sulla memoria antifascista), anche se in maniera meno plateale. Nel complesso, gli addetti ai lavori temono l’instaurarsi di una vigilanza ideologica sull’educazione, incompatibile con la libertà d’insegnamento.

Media e cultura

Parallelamente, il governo nazional-conservatore ha esercitato un’influenza notevole sui media pubblici e sulle istituzioni culturali, sollevando accuse di censura o autocensura. In Italia è noto che ogni maggioranza di governo effettua nomine di fiducia ai vertici della RAI (la TV pubblica); tuttavia, l’esecutivo Meloni è andato oltre la normale logica dello spoil system, al punto che critici e giornalisti parlano di “TeleMeloni” per descrivere una RAI appiattita sulle posizioni governative. Dal 2023 diversi volti storici e conduttori ritenuti sgraditi (o semplicemente indipendenti) hanno lasciato la TV pubblica denunciando ingerenze politiche e clima di pressione. Nel giro di pochi mesi si è assistito a dimissioni eccellenti e programmi cancellati: ad esempio l’autore e giornalista anti-mafia Roberto Saviano (critico verso Meloni e Salvini) si è visto chiudere la collaborazione con RAI e ha subito anche azioni legali (una querela per diffamazione da Meloni in persona).

Nel campo culturale più ampio, il governo Meloni ha operato sostituzioni ai vertici di istituzioni e musei con figure considerate più affini ideologicamente, suscitando accuse di lottizzazione. Pur rientrando in parte nella normale alternanza, alcune nomine e decisioni hanno destato preoccupazione circa la pluralità dell’offerta culturale. Ad esempio, nel 2023 fece discutere la rimozione last-minute di un progetto teatrale sulle migrazioni finanziato dal Ministero della Cultura: la motivazione ufficiale fu un taglio di budget, ma molti vi videro un filtro politico sui contenuti “scomodi”. Analoghe polemiche sono nate attorno alla gestione di musei della Resistenza e della Memoria: associazioni partigiane hanno denunciato un tentativo di minimizzare l’eredità antifascista nelle celebrazioni ufficiali, privilegiando invece narrazioni nazionaliste.

Va segnalato inoltre il clima ostile che il governo e i partiti di maggioranza mostrano verso produzioni culturali considerate “politicamente corrette” o “di sinistra”. Esponenti di primo piano non hanno nascosto l’intenzione di “ribaltare il monopolio culturale della sinistra”: ciò si è tradotto in una retorica continua contro attori, scrittori, registi critici verso il governo, spesso tacciati di faziosità. Questa pressione dall’alto può portare a auto-censure negli enti culturali pubblici, timorosi di perdere finanziamenti se affrontano temi sgraditi (es. diritti delle minoranze, memoria del colonialismo italiano, ecc.).

In sintesi, nei primi due anni di governo Meloni si rileva un filo conduttore: limitare o scoraggiare le voci critiche nell’istruzione, nell’arte e nell’informazione, in nome di una difesa di valori nazionali o di una presunta neutralità che spesso coincide con la visione politica dei partiti di destra al potere. Questo indirizzo ha sollevato paragoni con altri paesi guidati da forze nazional-conservatrici, dove la libertà accademica e culturale è sotto attacco.

Confronto con le politiche di censura di altri governi nazional-conservatori

I timori espressi in Italia trovano riscontro in quanto avvenuto in altri Paesi guidati da partiti nazionalisti o conservatori radicali, come Ungheria, Polonia, Russia e Turchia. In queste nazioni, negli ultimi anni, i governi hanno attuato politiche tese a controllare l’educazione e la cultura, talvolta in maniera ancor più sistematica. Un confronto con esempi concreti aiuta a comprendere la posta in gioco.

Ungheria (governo Orbán)

Polonia (governo PiS 2015-2023)

Russia (era Putin)

Turchia (era Erdoğan)

Rischi e moniti comuni

I casi di Ungheria, Polonia, Russia e Turchia mostrano analoghe dinamiche: i governi nazionalisti tendono a riscrivere i programmi scolastici in chiave favorevole al proprio mito identitario, a epurare dai curricula e dalle istituzioni culturali le voci discordanti (tacciandole di essere élite cosmopolite, “radical chic”, anti-patriottiche o sacrileghe), e a reprimere attivamente o indirettamente le espressioni culturali che minano la narrazione ufficiale. Ciò spesso avviene gradualmente, inizialmente con pressioni e tagli, poi con leggi e provvedimenti mirati. Si invoca la protezione dei giovani da una presunta “corruzione” (morale, occidentale, antifamiliare) per giustificare censure su temi come educazione sessuale, diritti LGBT, multiculturalismo, o per negare pagine scomode della storia nazionale.

Nel contempo, questi governi promuovono una cultura di Stato: patriottismo esasperato, tradizione, religione di maggioranza e le proprie figure politiche presentate come continuatori della gloria nazionale. Gli effetti a lungo termine possono essere difficili da invertire: una volta rimossi libri e programmi e installate persone fidate ai vertici educativi e mediatici, si crea un ecosistema in cui la voce unica filogovernativa domina, e il dissenso viene marginalizzato come anti-nazionale.

Di fronte a questi precedenti, il dibattito in Italia è acceso. Molti commentatori avvertono che episodi come il caso Zanichelli o la censura dell’antifascismo a scuola non vanno sottovalutati: potrebbero rappresentare i primi segnali di una deriva illiberale anche nel nostro paese. L’Italia, con la sua storia, dispone di anticorpi democratici significativi (Costituzione, opinione pubblica viva, società civile attiva) che in altre nazioni sono più deboli: sta alla cittadinanza e alle istituzioni vigilare affinché il sacrosanto pluralismo culturale e la libertà di insegnamento non vengano erosi sotto pressioni politiche. Come recita l’articolo 21 della Costituzione italiana: “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Estendendo questo principio all’editoria scolastica, al mondo dell’arte e dell’informazione, diventa essenziale ribadire che la cultura deve rimanere libera e multiforme, anche – e soprattutto – quando dà fastidio al potere di turno.

Carmelo Picciotto, Avvocatto