Il caso Zanichelli: censura ministeriale sui libri di testo
Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 in Italia è esploso il “caso Zanichelli”, diventato emblematico delle nuove forme di censura sui libri scolastici da parte del governo. Al centro vi è un manuale di inglese Steps into Social Studies (edito da Clitt/Zanichelli) adottato in un liceo di Carpi (Modena). In un paragrafo, il libro citava le critiche delle Nazioni Unite ai Decreti Sicurezza voluti dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, definendoli come “alcune delle peggiori politiche imposte” e lodando la loro successiva revoca decisa dal Parlamento nel 2020 (governo Conte II M5S-PD). Questa semplice contestualizzazione storico-politica – peraltro aderente ai fatti – è stata interpretata dalla Lega come un attacco politico.
Esponenti locali e nazionali del partito di Salvini hanno denunciato il passo come “propaganda nei libri di scuola”, accusando gli autori di indottrinamento. Salvini stesso ha definito il contenuto “intollerabile” e ha dichiarato: “Non è concepibile pensare di sfruttare l’insegnamento dei ragazzi per imporre orientamenti politici. Conto che venga fatta presto chiarezza” (Gazzetta di Modena, 21 gennaio 2025: https://www.gazzettadimodena.it/modena/cronaca/2025/01/21/news/il-libro-di-scuola-e-anti-salvini-il-ministro-valditara-chiede-lo-stop-e-la-casa-editrice-ritira-subito-il-testo-1.100649482). Sulla scia di queste proteste, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha chiesto formalmente un’indagine all’Ufficio scolastico regionale e un confronto con l’editore per “fare chiarezza sul caso”. Nel giro di pochi giorni, la casa editrice Zanichelli – tramite una nota concordata con il Ministero e l’Associazione Italiana Editori – ha presentato le sue scuse e si è impegnata a ritirare immediatamente le copie del libro disponibili, annunciando una nuova edizione emendata (Il Fatto Quotidiano, 21/1/2025: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/21/salvini-libro-inglese-critiche-onu-decreti-sicurezza-lega-scuse/7845550/). Questo intervento ha portato dunque a una censura di fatto del testo scolastico, con la rimozione dei contenuti sgraditi alla maggioranza di governo.
Il caso ha suscitato forte preoccupazione nel mondo della scuola e dell’editoria. Claudio Riso, segretario scuola del sindacato FLC CGIL di Modena, ha parlato di “possibile censura e intimidazione”, definendo l’episodio un “precedente pericoloso, forse addirittura inedito, nella storia dell’Italia democratica e repubblicana”, che richiama da vicino le pratiche censorie del Minculpop fascista (Ministero della Cultura Popolare) (Il Fatto Quotidiano, 21/1/2025: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/21/salvini-libro-inglese-critiche-onu-decreti-sicurezza-lega-scuse/7845550/). In effetti, dall’avvento della Repubblica ad oggi, raramente si era assistito a un intervento così diretto di un ministro sull’autonomia dei libri di testo, con la rimozione di un contenuto già approvato dalle procedure ministeriali. Il messaggio agli editori e ai docenti appare chiaro: alcuni temi “sensibili” – migrazioni, diritti umani, critiche alle politiche del governo – rischiano di essere oscurati nei manuali scolastici se ritenuti scomodi dall’autorità politica.
Altre misure censorie del governo Meloni in scuola, cultura e media
Il governo di Giorgia Meloni (in carica dall’ottobre 2022) ha intrapreso numerose azioni che secondo osservatori e opposizioni mirano a rafforzare il controllo politico-ideologico su scuola, cultura e media. L’episodio Zanichelli non è isolato, ma si inserisce in una tendenza più ampia che solleva paragoni con pratiche illiberali.
Scuola e università
Nel mondo della scuola, tensioni sul tema della censura si erano già manifestate. Emblematico è il caso della lettera antifascista inviata nel febbraio 2023 dalla preside Annalisa Savino del Liceo Leonardo da Vinci di Firenze. Dopo una violenta aggressione neofascista ai danni di studenti, la dirigente scrisse agli allievi invitandoli a vigilare sempre contro il risorgere del fascismo e l’indifferenza che lo rese possibile. La reazione del ministro Valditara fu dura: bollò quella lettera come “del tutto impropria” e “strumentale”, sostenendo che “non compete a una preside lanciare messaggi di questo tipo” e che in Italia “non c’è alcun pericolo fascista”. Valditara accusò la preside di aver politicizzato la scuola e aggiunse che “se l’atteggiamento dovesse persistere vedremo se sarà necessario prendere misure” (ANSA, 24 febbraio 2023: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2023/02/23/valditara-impropria-la-lettera-della-preside-sul-fascismo.-insorge-lopposizione-critiche-dallanpi_d5d7f3c3-2ab3-441e-be7a-2c801f5b447f.html). Le parole del ministro – percepite come una minaccia di provvedimenti disciplinari – hanno sollevato un coro di critiche da parte di opposizioni, ANPI (Associazione partigiani) e sindacati, che hanno difeso la preside elogiandone la sensibilità civica. In molti hanno visto in questo attacco un tentativo di censurare persino i richiami ai valori antifascisti sanciti dalla Costituzione, generando preoccupazione sul clima di riduzione del dissenso nelle scuole.
Oltre a questi casi eclatanti, il governo Meloni ha lanciato segnali di indirizzo ideologico nell’istruzione. Lo stesso ministro Valditara ha più volte insistito sul concetto di “neutralità” e “merito” nella scuola, stigmatizzando ciò che a suo dire sarebbe un eccesso di “politicizzazione” di docenti e presidi. All’indomani del caso Zanichelli, il Ministero ha fatto sapere di voler vigilare affinché i libri di testo non contengano più giudizi ritenuti faziosi. In pratica, ciò equivale a instillare un auto-controllo negli editori scolastici, intimoriti dal rischio di scontentare il Ministero. Anche nel settore universitario e della ricerca, si segnala un clima teso: ad esempio, sono state tagliate alcune risorse a progetti di ricerca considerati non in linea con le priorità dell’esecutivo (come studi di genere o programmi sulla memoria antifascista), anche se in maniera meno plateale. Nel complesso, gli addetti ai lavori temono l’instaurarsi di una vigilanza ideologica sull’educazione, incompatibile con la libertà d’insegnamento.
Media e cultura
Parallelamente, il governo nazional-conservatore ha esercitato un’influenza notevole sui media pubblici e sulle istituzioni culturali, sollevando accuse di censura o autocensura. In Italia è noto che ogni maggioranza di governo effettua nomine di fiducia ai vertici della RAI (la TV pubblica); tuttavia, l’esecutivo Meloni è andato oltre la normale logica dello spoil system, al punto che critici e giornalisti parlano di “TeleMeloni” per descrivere una RAI appiattita sulle posizioni governative. Dal 2023 diversi volti storici e conduttori ritenuti sgraditi (o semplicemente indipendenti) hanno lasciato la TV pubblica denunciando ingerenze politiche e clima di pressione. Nel giro di pochi mesi si è assistito a dimissioni eccellenti e programmi cancellati: ad esempio l’autore e giornalista anti-mafia Roberto Saviano (critico verso Meloni e Salvini) si è visto chiudere la collaborazione con RAI e ha subito anche azioni legali (una querela per diffamazione da Meloni in persona).
Il caso più clamoroso ha coinvolto lo scrittore Antonio Scurati, autore antifascista vincitore del Premio Strega: il 25 aprile 2024 (data simbolo della Liberazione dal nazifascismo) Scurati doveva partecipare a un talk show RAI con un monologo critico verso il governo. In quel monologo – poi pubblicato sui giornali – Scurati intendeva denunciare il mancato ripudio del fascismo da parte di Fratelli d’Italia e accusare Giorgia Meloni di voler riscrivere la storia ed edulcorare il passato del suo partito. Ebbene, all’ultimo minuto la RAI ha cancellato la sua partecipazione alla trasmissione, adducendo vaghi “motivi editoriali” (come l’eccessivo cachet richiesto) e negando ufficialmente ogni censura (The Independent, 26 April 2024: https://www.independent.co.uk/news/world/europe/italy-media-broadcaster-censorship-strike-meloni-b2535435.html). Questa giustificazione non ha convinto praticamente nessuno: per la stampa era evidente la volontà di evitare imbarazzi al governo in diretta TV nella giornata del 25 aprile. L’episodio ha provocato proteste interne alla RAI: l’UsigRai (sindacato dei giornalisti) ha denunciato un “controllo soffocante” da parte del governo sulla TV pubblica e annunciato uno sciopero contro la censura (The Independent, 26/4/2024: https://www.independent.co.uk/news/world/europe/italy-media-broadcaster-censorship-strike-meloni-b2535435.html). Nel comunicato si parla esplicitamente di tentativi di trasformare il servizio pubblico in un megafono governativo. Anche organizzazioni internazionali hanno espresso allarme: Reporter Senza Frontiere nel suo rapporto 2024 ha registrato un arretramento dell’Italia nella classifica sulla libertà di stampa, citando tra le cause proprio le pressioni politiche sui media e il timore di azioni legali bavaglio contro i giornalisti.
Nel campo culturale più ampio, il governo Meloni ha operato sostituzioni ai vertici di istituzioni e musei con figure considerate più affini ideologicamente, suscitando accuse di lottizzazione. Pur rientrando in parte nella normale alternanza, alcune nomine e decisioni hanno destato preoccupazione circa la pluralità dell’offerta culturale. Ad esempio, nel 2023 fece discutere la rimozione last-minute di un progetto teatrale sulle migrazioni finanziato dal Ministero della Cultura: la motivazione ufficiale fu un taglio di budget, ma molti vi videro un filtro politico sui contenuti “scomodi”. Analoghe polemiche sono nate attorno alla gestione di musei della Resistenza e della Memoria: associazioni partigiane hanno denunciato un tentativo di minimizzare l’eredità antifascista nelle celebrazioni ufficiali, privilegiando invece narrazioni nazionaliste.
Va segnalato inoltre il clima ostile che il governo e i partiti di maggioranza mostrano verso produzioni culturali considerate “politicamente corrette” o “di sinistra”. Esponenti di primo piano non hanno nascosto l’intenzione di “ribaltare il monopolio culturale della sinistra”: ciò si è tradotto in una retorica continua contro attori, scrittori, registi critici verso il governo, spesso tacciati di faziosità. Questa pressione dall’alto può portare a auto-censure negli enti culturali pubblici, timorosi di perdere finanziamenti se affrontano temi sgraditi (es. diritti delle minoranze, memoria del colonialismo italiano, ecc.).
In sintesi, nei primi due anni di governo Meloni si rileva un filo conduttore: limitare o scoraggiare le voci critiche nell’istruzione, nell’arte e nell’informazione, in nome di una difesa di valori nazionali o di una presunta neutralità che spesso coincide con la visione politica dei partiti di destra al potere. Questo indirizzo ha sollevato paragoni con altri paesi guidati da forze nazional-conservatrici, dove la libertà accademica e culturale è sotto attacco.
Confronto con le politiche di censura di altri governi nazional-conservatori
I timori espressi in Italia trovano riscontro in quanto avvenuto in altri Paesi guidati da partiti nazionalisti o conservatori radicali, come Ungheria, Polonia, Russia e Turchia. In queste nazioni, negli ultimi anni, i governi hanno attuato politiche tese a controllare l’educazione e la cultura, talvolta in maniera ancor più sistematica. Un confronto con esempi concreti aiuta a comprendere la posta in gioco.
Ungheria (governo Orbán)
In Ungheria, il primo ministro Viktor Orbán ha instaurato dal 2010 un regime definito da molti osservatori una “democrazia illiberale”, contraddistinta dal controllo quasi totale su media e istruzione. Nel campo scolastico e artistico si sono registrati interventi censori pesanti: il governo ha modificato i programmi delle scuole per aderire a un unico racconto nazionalista e conservatore, bollando le visioni alternative come “anti-ungheresi”. Ad esempio, dal canone letterario scolastico sono stati eliminati autori fondamentali della cultura ungherese contemporanea, come lo scrittore premio Nobel Imre Kertész (sopravvissuto all’Olocausto) e il romanziere Péter Esterházy, critici verso il nazionalismo. Al loro posto, i manuali hanno inserito figure rivalutate dal regime, come lo scrittore filo-fascista József Nyírő o il collaborazionista Albert Wass, condannato per crimini di guerra, nel chiaro intento di revisionare la storia con eroi più graditi alla destra radicale (The Boar, 2022: https://theboar.org/2022/06/the-global-art-scene-hungary/). Parallelamente, Orbán ha stretto un giro di vite contro le minoranze e il dissenso: nel 2021 il Parlamento ungherese ha approvato una legge che vieta qualsiasi rappresentazione positiva delle persone LGBT+ nei materiali educativi e nei programmi rivolti ai minori. Sotto questa legge (formalmente giustificata come tutela dei bambini), libri per ragazzi che includono personaggi gay o transgender sono stati banditi o devono recare un avviso di contenuto “non conforme ai ruoli di genere tradizionali” (The Guardian, 15/6/2021 cit. in The Boar: https://theboar.org/2022/06/the-global-art-scene-hungary/). Emblematico il caso di una raccolta di fiabe inclusiva, obbligata per decreto a stampare in copertina la dicitura che avvertiva i genitori della presenza di “comportamenti non tradizionali”. Il governo Orbán ha anche piazzato uomini di fiducia a capo di musei, teatri e organi di controllo dei media, causando l’oscuramento di emittenti indipendenti e l’autosufficienza propagandistica dell’ecosistema culturale ungherese. Reporters Sans Frontières ha classificato l’Ungheria al 92° posto mondiale per libertà di stampa nel 2021, a conferma di una situazione fortemente compromessa.
Polonia (governo PiS 2015-2023)
La Polonia sotto il governo PiS (Diritto e Giustizia) di Jarosław Kaczyński (2015-2023) offre un altro esempio di ingegneria culturale. L’esecutivo nazional-conservatore polacco, strettamente legato alla Chiesa cattolica, ha cercato di rimodellare la scuola secondo valori tradizionali e patriottici, scontrandosi con l’opposizione civile. Nel 2022 il ministro dell’Istruzione Przemysław Czarnek, noto per posizioni ultraconservatrici e omofobe, promosse una legge per centralizzare il controllo statale sulle scuole: tale riforma (soprannominata “lex Czarnek”) avrebbe dato al governo potere di veto su attività didattiche e organizzazioni esterne nelle scuole, ufficialmente per prevenire la “corruzione morale” di bambini e ragazzi (Valigia Blu, 20 dicembre 2022: https://www.valigiablu.it/polonia-veto-legge-scuola/). Il presidente Andrzej Duda – sebbene proveniente dallo stesso partito – ha infine posto il veto a questa legge, riconoscendo le proteste di studenti, genitori e ONG che denunciavano un pericoloso indirizzo censorio.
Nonostante lo stop a quella riforma, il PiS è riuscito comunque a influenzare i contenuti educativi. Nel 2022 ha introdotto nei licei una nuova materia, “Storia e presente” (Historia i teraźniejszość, abbreviata in HiT), accompagnata da un manuale scritto dallo storico Wojciech Roszkowski, vicino al partito. Questo testo scolastico ha scatenato un’ondata di indignazione e proteste popolari per il suo tono apertamente di parte e per alcuni passaggi ritenuti indottrinanti. In particolare, Roszkowski nel libro assume un registro quasi da pamphlet morale: ha insinuato, ad esempio, che i bambini nati tramite fecondazione in vitro siano il frutto di una “produzione” disumana, domandandosi retoricamente “chi amerà i bambini così prodotti?”. Tale affermazione è stata interpretata come l’idea che i figli concepiti in provetta siano ‘allevati’ e non amati, suscitando lo sdegno di famiglie e medici (Euronews/AP, 17/08/2022: https://www.euronews.com/2022/08/17/new-polish-school-textbook-provokes-anger-over-section-on-fertility). Donald Tusk, leader dell’opposizione, ha commentato che sembra di leggere “che i bambini concepiti con la FIV siano figli di allevamenti che nessuno ama” – un contenuto a suo dire aberrante (Euronews, 17/08/2022: https://www.euronews.com/2022/08/17/new-polish-school-textbook-provokes-anger-over-section-on-fertility). Inoltre, nello stesso manuale un capitolo dal titolo “Ideologia e nazismo” elenca fra le “ideologie” distruttive del Novecento non solo il socialismo e il liberalismo, ma anche il femminismo e la cosiddetta “ideologia gender”, accostandoli implicitamente al nazismo (Euronews, 17/08/2022: https://www.euronews.com/2022/08/17/new-polish-school-textbook-provokes-anger-over-section-on-fertility). Questa equiparazione ha allarmato studiosi e attivisti per i diritti, che l’hanno vista come un tentativo di delegittimare le battaglie per la parità di genere dipingendole alla stregua di totalitarismi. Di fronte alle polemiche (che hanno portato molti licei a boicottare il libro), alcuni passaggi più controversi – ad esempio la frase infelice sui bambini da provetta – sono stati rimossi dall’editore nelle ristampe successive. Resta il fatto che il governo polacco dell’epoca ha cercato di imporre una sua visione ideologica nei programmi scolastici, promuovendo nazionalismo cattolico e ostilità verso femminismo e minoranze LGBT+.
Russia (era Putin)
Nel caso della Russia di Vladimir Putin, la stretta su educazione, informazione e cultura fa parte di un più vasto autoritarismo che si è accentuato ulteriormente con la guerra in Ucraina. Fin dall’inizio degli anni 2000 Putin ha riportato sotto controllo statale i principali media e promosso nei libri di storia una narrazione patriottica, rivalutando ad esempio figure controverse come Stalin e minimizzando i crimini sovietici. Ma è con l’invasione dell’Ucraina (2022) che la propaganda governativa è stata massicciamente inserita nei programmi scolastici in modo sistematico. Nel 2023 il Ministero dell’Istruzione russo ha distribuito un nuovo manuale di storia per l’ultimo anno delle superiori, riscrivendo interi capitoli relativi agli ultimi decenni e soprattutto introducendo una sezione dedicata alla cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina. In queste pagine – ben 17 paragrafi – il conflitto viene presentato secondo la linea del Cremlino: si sostiene, ad esempio, che gli Stati Uniti sarebbero i principali beneficiari della guerra, che la NATO minacciava la Russia, e si definiscono i territori ucraini occupati come “nuove regioni della Russia” annesse per autodifesa (RFE/RL, 8 agosto 2023: https://www.rferl.org/a/russia-history-textbook-propaganda/32539475.html). Si tratta a tutti gli effetti di un testo di propaganda, imposto nel curriculum nazionale a partire dal settembre 2023, col chiaro obiettivo di plasmare le menti dei giovani alla narrativa del regime. Questo manuale giunge dopo anni in cui nelle scuole russe si erano già introdotte lezioni patriottiche obbligatorie, cerimonie quotidiane di alzabandiera e perfino programmi paramilitari giovanili. Contestualmente, il governo Putin ha epurato il mondo accademico da voci critiche: numerosi insegnanti, professori universitari e presidi sono stati licenziati o perseguiti per aver espresso opinioni contrarie alla guerra o alla linea ufficiale. Molte ONG educative e culturali indipendenti (come Memorial, storica associazione per la memoria delle repressioni) sono state chiuse con l’accusa di essere “agenti stranieri”. In ambito artistico e mediatico, la censura di Stato è ormai diretta: qualsiasi opera (film, libro, canzone) che contenga messaggi anti-bellici, pro-LGBT o critici verso le autorità viene proibita o boicottata. La Russia rappresenta dunque un caso estremo in cui il controllo governativo sulla cultura si è tradotto in una quasi totale soppressione della libertà di espressione, giustificata dal potere con esigenze di sicurezza nazionale e difesa dei valori tradizionali.
Turchia (era Erdoğan)
In Turchia, sotto il lungo governo del presidente Recep Tayyip Erdoğan (e del suo partito AKP), si è assistito a un progressivo scivolamento verso politiche culturali ed educative di stampo nazional-religioso, spesso a discapito del pluralismo e del laicismo su cui si fondava la repubblica di Atatürk. Uno degli episodi più simbolici è stata la riforma dei programmi scolastici del 2017, in cui il Ministero dell’Educazione turco ha eliminato la teoria dell’evoluzione dai licei. Ufficialmente, le autorità hanno motivato la scelta sostenendo che l’evoluzionismo di Darwin fosse “troppo controverso” e complesso per gli studenti delle superiori, e che andasse eventualmente affrontato solo all’università (AFP/Times of Israel, 5 luglio 2017: https://www.timesofisrael.com/outcry-as-turkey-removes-evolution-from-curriculum/). Il capo del consiglio scolastico, Alparslan Durmuș, dichiarò che non c’era obbligo di insegnare “teorie non provate” e che si voleva anche “superare la visione eurocentrica” nei corsi di storia (Times of Israel, 2017: https://www.timesofisrael.com/outcry-as-turkey-removes-evolution-from-curriculum/). Critici e accademici in Turchia insorsero, definendo la mossa un “pericoloso passo indietro” che strizzava l’occhio al creazionismo religioso. Il sindacato degli insegnanti laico (Eğitim-Sen) parlò apertamente di decisione “retrograda e oscurantista”, accusando il governo di voler “fare il lavaggio del cervello” alle nuove generazioni e denunciando che si stava sacrificando il metodo scientifico sull’altare dell’ideologia religiosa (Times of Israel, 2017: https://www.timesofisrael.com/outcry-as-turkey-removes-evolution-from-curriculum/). In effetti Erdoğan non ha mai nascosto l’obiettivo di formare una “generazione pia” (İmam Hatip), riducendo l’enfasi sui principi laici di Atatürk. Nei nuovi programmi è stato riscontrato un minor riferimento al ruolo di Mustafa Kemal Atatürk (fondatore della Turchia moderna e laica) e un maggiore peso dato alla storia ottomana e all’Islam. Contemporaneamente, dopo il fallito golpe del 2016, il governo turco ha epurato decine di migliaia di insegnanti e docenti universitari accusati di simpatie güleniste (il movimento ritenuto responsabile del golpe) o di opposizione: interi settori dell’istruzione sono stati riempiti con figure vicine all’AKP. La stampa e le arti in Turchia vivono da anni sotto censura o autocensura: giornalisti arrestati, redazioni commissariate, registi e musicisti processati per “insulto al Presidente” o “propaganda terroristica” se critici verso il governo. Anche alcune opere culturali sono state proibite: ad esempio, libri sulle minoranze curde o sul genocidio armeno sono spariti dalle librerie scolastiche; opere teatrali considerate dissacranti verso l’Islam sono state cancellate. Complessivamente, la Turchia di Erdoğan illustra come un governo nazional-conservatore possa rimodellare l’educazione per rispecchiare la propria ideologia (in questo caso un mix di islamismo e nazionalismo), smantellando pezzo per pezzo l’eredità laica e pluralista precedente. I detrattori sostengono che lo scopo ultimo sia creare giovani allineati e non critici, meno esposti a idee liberali occidentali, e così consolidare il potere in futuro. Emblematico è quanto dichiarato da un deputato dell’opposizione CHP nel 2017: “Vogliono rimuovere un’educazione scientifica e laica per evitare una generazione che pensa, che mette in discussione, che crea” – in altre parole, tendono a spegnere lo spirito critico (AFP via Times of Israel, 2017: https://www.timesofisrael.com/outcry-as-turkey-removes-evolution-from-curriculum/).
Rischi e moniti comuni
I casi di Ungheria, Polonia, Russia e Turchia mostrano analoghe dinamiche: i governi nazionalisti tendono a riscrivere i programmi scolastici in chiave favorevole al proprio mito identitario, a epurare dai curricula e dalle istituzioni culturali le voci discordanti (tacciandole di essere élite cosmopolite, “radical chic”, anti-patriottiche o sacrileghe), e a reprimere attivamente o indirettamente le espressioni culturali che minano la narrazione ufficiale. Ciò spesso avviene gradualmente, inizialmente con pressioni e tagli, poi con leggi e provvedimenti mirati. Si invoca la protezione dei giovani da una presunta “corruzione” (morale, occidentale, antifamiliare) per giustificare censure su temi come educazione sessuale, diritti LGBT, multiculturalismo, o per negare pagine scomode della storia nazionale.
Nel contempo, questi governi promuovono una cultura di Stato: patriottismo esasperato, tradizione, religione di maggioranza e le proprie figure politiche presentate come continuatori della gloria nazionale. Gli effetti a lungo termine possono essere difficili da invertire: una volta rimossi libri e programmi e installate persone fidate ai vertici educativi e mediatici, si crea un ecosistema in cui la voce unica filogovernativa domina, e il dissenso viene marginalizzato come anti-nazionale.
Di fronte a questi precedenti, il dibattito in Italia è acceso. Molti commentatori avvertono che episodi come il caso Zanichelli o la censura dell’antifascismo a scuola non vanno sottovalutati: potrebbero rappresentare i primi segnali di una deriva illiberale anche nel nostro paese. L’Italia, con la sua storia, dispone di anticorpi democratici significativi (Costituzione, opinione pubblica viva, società civile attiva) che in altre nazioni sono più deboli: sta alla cittadinanza e alle istituzioni vigilare affinché il sacrosanto pluralismo culturale e la libertà di insegnamento non vengano erosi sotto pressioni politiche. Come recita l’articolo 21 della Costituzione italiana: “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Estendendo questo principio all’editoria scolastica, al mondo dell’arte e dell’informazione, diventa essenziale ribadire che la cultura deve rimanere libera e multiforme, anche – e soprattutto – quando dà fastidio al potere di turno.
Carmelo Picciotto, Avvocatto