Ancora un morto nel CPR di Brindisi. Silenzio, isolamento, impunità


Ancora un morto nel CPR di Brindisi. Silenzio, isolamento, impunità

C’è un’altra morte da registrare, ed è avvenuta nel CPR di Brindisi-Restinco. Si tratterebbe di un giovane uomo di origine nigeriana, morto nel corso della notte. Non si conoscono i dettagli, non si conosce il suo nome. Ma quel che sappiamo basta a definire la portata dell’ennesima tragedia.

I CPR continuano a essere zone d’ombra nel cuore del territorio nazionale: luoghi di detenzione amministrativa, formalmente previsti dalla legge per trattenere persone in attesa di rimpatrio, ma che nella pratica si trasformano troppo spesso in spazi fuori controllo, senza garanzie reali, privi di trasparenza. Nessun reato, nessuna condanna: solo un permesso di soggiorno mancante, e si può finire chiusi dentro per mesi, anche per un anno e mezzo.

Brindisi-Restinco è tra i centri più chiusi e inaccessibili. Le informazioni arrivano sempre filtrate, quando arrivano. Non è la prima volta che si muore lì dentro. Non sarà l’ultima, se non si decide di guardare in faccia la realtà: quella di un sistema che non funziona, che annienta le persone invece di accompagnarle in un percorso dignitoso, umano, legale.

A morire sono spesso giovani, vulnerabili, invisibili. Chi entra nei CPR scompare: niente notizie, niente contatti, niente voce. E intanto continuano gli appalti, le gestioni affidate a soggetti privati, i fondi pubblici spesi per alimentare un meccanismo che di rieducativo non ha nulla, perché non nasce per questo.

Nelle stesse ore in cui si registrava questa morte, altri migranti venivano trasferiti a Brindisi da altri CPR, probabilmente per essere poi spediti in Albania, nel centro previsto dall’accordo internazionale firmato dal Governo. Una logica che si ripete: chiudere, spostare, allontanare. Ma non ascoltare, non vedere, non capire.

È lecito domandarsi quanto ancora debba accadere prima che la politica assuma fino in fondo la responsabilità di questa gestione. È lecito pretendere che venga messa fine a una forma di detenzione che contrasta con i principi della nostra Costituzione e con i diritti fondamentali riconosciuti dalle convenzioni internazionali. È doveroso dire le cose con il loro nome: chi muore nei CPR non muore per caso. Muore dentro un sistema che lo ha isolato, ignorato, cancellato.


Carmelo Picciotto, Avvocato